
Vedevo a malapena le pur grandi pile di carta manoscritta, stampata, battuta a macchina, vergata a mò di chiosa o di postilla, o di quella che recava brevi appunti, icastici pensieri di un istante, silenzi in forme geometriche, ornata di arabeschi, di pavesi automatici tracciati sovrappensiero e che riportavano chissà quali significati inconsci, obliati da tempo. Le vedevo cioè, queste pile, senza guardarle davvero, tante, troppe quant'erano. Costituivano tutto un orizzonte, alto come un muro quando il muro è piuttosto una muraglia. Anzi, per dire meglio, stavano schierati, ed erano multipli orizzonti: a decine e decine, allineati e coperti, schiere di memorie pronte, al primo ordine, a gettare scompiglio nella dormiente quiete del mio intelletto. Non mi chiesi chi fosse l'autore, poiché ero certo che fosse, per intero, opera mia: l'esercito delle mie infinite sillabe su un impeccabile "attenti". Chissà, quell'ordine, il segnale per scatenarsi, forse lo attendevano proprio da me. Sarei stato allora Generale del mio Verbo, Stratega delle Legioni d'Inchiostro. Ma. L'avversativa dichiarava ciò ch'io ero dinanzi al Me fatto carta scritta: un uomo assolutamente inerme. E il traslucore, attraverso cui questi monumentali graffiti di carta mi apparivano allo sguardo, testimoniava dei dubbi della mia logica, insidiata dall'illogica pseudo onirica di tanto panorama. Cosa accadeva? Che dinanzi alla moltitudine di torri, cucite l'una all'altra nelle schiere, iniziavo a perdere: il senso del tempo, le bobine del ricordo, gli amori e le repulsioni, le ragnatele di sofferenza con intrappolati rari bozzoli di gioia. E il re d'ogni mia cosa si faceva sempre più nudo, privo di corona e lustrini, senza arma. E neanche più brache, se è per questo. Insomma: quella spada ch'era stata la penna - una spada per difendersi, tenere a bada, colpir di piatto e di punta, a volte, gli scompensi dell'anima - aveva via via perso il filo, s'era spuntata ed ora stava lì, ai miei piedi, smontata in ogni sua parte, svigorita e inutile. La parola, d'improvviso, era divenuta una lampada senza più olio. La vita, di contro, restava una notte pesta di buio, e lunghissima. Vedevo senza troppo guardarla quella biblioteca quasi trasparente, dai corridoi sterminati, ripensando al Borges e al fatto che la sua Babele, per me, non fosse più che un mezzo bicchier d'acqua, ricco d'anidride carbonica, per ruttar fuori gli ingorghi dell'anima. Adesso che il gas aveva seguito per natura le vie dell'aria, mi tenevo mio malgrado gli ingorghi, dando un occhio ora ai totem di carta, ora alla spada/penna, che ricambiava con un mezzo sguardo, desolata, come un'anziana servitrice la cui incombente artrite impedisca l'esercizio di mansioni del resto obsolete. Mi restava da dedurre cosa ne avrei fatto: dei grattacieli di carta inchiostrata, delle penne e delle spade, e di me senza più me, cioè senza più chiavi per aprire stanze ampie e arredate col giusto per sbrigliarvi dentro, e tenervi occupati, quei folletti barbari dello spirito che son soliti, altrimenti, disfare a morsi ogni suppellettile del mio cuore. Non avevo risposte, ancora, mancandomi la giusta domanda. Ma contavo - quanto prima - di prender provvedimenti riguardo a una così inefficiente parte di me. Come d'un albero le radici son pari alle fronde, e lo tengono stretto e immune alle tribolazioni del mondo, per sottrarmi alle tribolazioni medesime e gettare àncora su qualcosa di solido, rimuginava assidua la mente mia. Sì che, di dentro, un reticolo di pensierose radici s'ingrandiva, e s'ingrandiva ancora, ad eguagliar l'immensa chioma sovrana che frusciava, insistente e inquieta, gli acidi sussurri del mio dubbio: l'ormai ovvia insignificanza di quei cieli di sovrastanti carte verticali. Trovavo tuttavia più ragioni per perpetuarmi nel limbo cognitivo piuttosto che disfarmene. Istupidito, m'attaccavo a ciò che non riconoscevo più familiare. Poi, d'un tratto, arzigogolavo sui modi per liberarmene, ma con giudizio, poiché - suggerivo a me stesso - s'aveva da salvare il salvabile, e ciò è opera che, per antonomasia, postula oculatezza. Supposi allora di dover rivisitare quelle carte, foglio appresso a foglio, d'aver l'imperativo compito di scrutare nel cuore delle imponenti colonne stratificate per discernere, dopotutto, il vano dall'inutile: follia, davvero - ma lucida - d'un intelletto ottenebrato. È che, disperati, si spera: nell'aurea pagliuzza tra i flutti del torrente, o nel rinvenimento dell'antica rosa, essiccata tra fogli giovanili. E' che, banali, ci si crede importanti, quando non indispensabili, e con noi stessi ci si fraintende, giudicando come imprescindibile ciò che si è fatto, detto, scritto soprattutto, sulle pagine innumerevoli di chi, per indole, sia portato a consumar foreste di carta, barili di china e consoni piumaggi per far penna, onde vergare, compulsivamente, più di quanto di fatto serva. E così andavo, cogitando sulla sostanziale miseria dei miei attaccamenti a simulacri d'esistenza. Pensavo, ripensando, mentre oltre le altissime celle - cementate dagli amidi della carta emessi ad ogni intemperie del cuore - si succedevano incendi di tramonti ed albe, in uno scorrere irrequieto e rapido così da cancellare il lasso delle ore che la natura interpone fra il Sorgere ed il Calare. E fu proprio nel cangiar sovrumano dei rossi, degli aranci, dei gialli e dei viola fusi e rifusi sullo schermo dei cieli e, di riflesso, nel pozzo delle mie pupille, che Rivelazione mi colse. Fu splendore puro l'attimo in cui della mia personale Luce ebbi, dunque, contezza. Le cose avrebbero subito una svolta, repentina e definitiva. Come avevo fatto a non pensarci, sino a quel momento? L'iniziativa ebbe subito corso. Frugai tra numerosissimi cassetti. Dovetti dirimere cianfrusaglie che, se accatastate, avrebbero innalzato una dignitosa collina. Ma ero certo si trattasse di tempo e pazienza: nei rifugi dei miei decenni v'era di tutto, e solo la rinfusa ne ritardava il ritrovamento. Ma infine avvenne, in due tempi: nel quarantasettesimo cassetto della dodicesima fila dal basso, diciannovesimo settore, rinvenni un'ampolla d'alcol etilico, frutto d'un ardito esperimento di distillazione legato alla giovinezza liceale. Perfettamente chiuso e sigillato, il nitore del liquido suggeriva il perpetuarsi della sua efficiente purezza. In tutt'altra zona (settore ottantasette, fila terza dal basso, cassetto centododici), due pietre lattiginose riposavano dai tempi di antiche scorribande estive sugli acciottolati marini, dai quali sempre le tasche sceglievano tesori di cui appesantirsi, ciclici trofei d'impermanenza stagionale. Fu in compagnia di tali, semplici strumenti che mi feci sotto agli enormi monoliti di carta. Da un certo punto un poi la loro mole negò passaggio alle stelle - e lo dico perché, intanto, l'ennesimo tramonto si era riversato nel buio lago del vespro, dolce quanto può esser quello di chi è in procinto di un'epica rivoluzione - dando all'oscurità lo spessore del panno e la levigatezza del velluto. Abituatesi, le iridi avrebbero giurato che attutiti riflessi di platino anticipassero, animandola, la Notte del Delirio. Annusai le pareti di carta. V'era secchezza in quell'esistenza narrata, ed anche le ridondanze s'erano come asciugate. La maturità del dire può causar di tali fenomeni. Sorrisi, poiché mi parve un buon segno: il tempo, e fors'anche il destino, avevano predisposto ogni cosa perché gli orologi fossero sincronizzati, allineati i pianeti e schiarite le idee. La cera lasciò il sughero e questi divorziò dall'ampolla. Alcolico, un effluvio dipanò l'aroma di zuccheri spremuti da fragili canne, poi tormentati dall'alchimia d'un saggio calore ospite di alambicchi dimentichi. Il ricordo di Pitagora suggerì adeguate istruzioni: l'incombere d'un mistico evento richiamò alla mente il Dieci, suo numero divino. E dieci furono le gocce d'elisir che la prima carta bevve, avida per la sete di molti lustri, intridendo per la capillarità delle fibre arse un gran mucchio. Richiusa, l'ampolla riposò di nuovo nella tasca fonda. Tra le dita, nel mentre, rigiravan le focaie. Son queste pietruzze, o anche più misurati sassi, dal magico spirito. La durezza loro sprigiona un potere di Luce, a patto ch'esse s'abbraccino rudemente. In omaggio all'intendenza loro, presi a sfregarle, l'una con l'altra. E lo feci giusto nei pressi dell'avide labbra della prima torre d'antica carta. Beh, fu non più che un istante, ma di quelli che nell'anima si dilatano, in virtù della loro magnificenza, per interi secoli. Ebbi dinanzi, in successione rapida, un simultaneo coacervo di fenomeni: pire canescenti, esplosioni solari, albe e tramonti artificiali più rossi, arancio e viola di quelli reali, accesi da madre natura. Rapide si disegnarono sculture di brace, avvolte da fiamme d'intensità e aromi variabili. La notte divampò limpida in un giorno senza ore che unì, nella luce della distruzione, sia Oriente che Occidente. Ma ciò che quasi mi rubò il senno fu altro: un mormorio dapprima sfrigolante per le fiamme, e poi via via, e più alto, un coro dissonante, anzi decine di cori, e migliaia di singole voci senz'ordine, ognuna con un motto, un lamento, una parola singola o un segno d'interpunzione. E furono lingue disparate, colte a stento nel marasma dei crolli, della fuga dei fuochi imperversanti di torre in torre, in tutto autonomi e senza che l'ampolla uscisse più dalla mia tasca, e neanche le pietruzze innescanti. Bruciando, le fiamme tacevano liberando le sillabe intrappolate in quei grandi cenotafi del cuore. Il cielo era pieno del fumo di me, e in alto si sollevava la litania di ciò che ero stato nelle mie parole. Adesso, nelle fiamme infere Dio era sceso a recitarle, come una prece pacificante ritrovata, per opera del caso, nel buio delle mie desolate stanze. E ci fu un momento in cui l'intero orizzonte bruciò di Me. Naturalmente ogni cosa finì, nel tempo che gli era dovuto e che, comunque, si sarebbe preso. Mi ritrovai con dune di cenere, e il tempo che stava cambiando. Dapprima furono venti crescenti e umidore. Dunque venne la pioggia. Le acque sciacquarono via il passato che avevo consegnato alla carta. Scripta manent, già, ma non per sempre. E dilavando la crematura degli scomparsi monoliti, la pioggia generò a pochi metri un riflesso, che si ripetè con maggior vigore duplicando un ramo di luce temporalesco. Primordiale, il cervello mi spinse colà ove rinvenni uno specchio, liberato da chissà quale cassetto, fila e settore che le fiamme del paradisiaco inferno avevano giustiziato. Perciò mi trovai con l'altro me a sostarmi dinanzi, schiarito dall'ennesima luce dell'ennesimo giorno in arrivo. Via il passato, via la cenere e via anche la pioggia, l'aria tersa scivolava sulla volta cerulea. Al primo lume, il miraggio gemello mi sollevò il sopracciglio, celando l'incredulità sotto una smorfia sorniona. "Te ne pentirai?", mi chiese. Guardai intorno, osservando i confini ormai limpidi dell'anima. "No", risposi. "No. Perché la mia parola più vera non l'ho ancora scritta". Intinsi dunque l'indice nell'umida terra, ancora insanguinata dalla linfa del fuoco, e sul vetro d'argento e piombo scrissi veloce: "Non Io" Il Nuovo Inizio fu la delizia con cui mi baciò il sorriso del mio specchio.
