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martedì 31 luglio 2012

avviso ai naviganti

NUOVE, ECLATANTI GRAFICHE PROFESSIONALI
IN ARRIVO PER LA PERSONALIZZAZIONE
DEL VOSTRO MONDO FASHION, FREE-STYLE E SPORTIVO!
NON PERDETELE.

GANBATTE! 

15th World Kendo Champioship - Stand MEC - MasaruEyeConcept/Nippon Budo




BEH, MEC - MASARUEYECONCEPT C'ERA...ECCOME!


E finalmente, dopo tanta preparazione, ecco i 15esimi Mondiali di Kendo. Stavolta proprio in Italia, a Novara, presso l'interessante struttura dello Sporting Village situata alla periferia della cittadina piemontese. 
Per il kendo italiano è stato questo un momento bellissimo, che ha visto impegnata la C.I.K, Confederazione Italiana Kendo, in collaborazione con le Federazioni Europea e Mondiale, con tantissimi volontari che hanno espresso il meglio dell'entusiasmo e dello spirito di servizio che caratterizza questa stupenda disciplina. Su ogni altra cosa gli atleti, provenienti da mezzo mondo, che con i loro colori, con la loro gentilezza e con la performatività agonistica hanno dato vita a una tre giorni straordinaria, proprio nell'ultimo week-end di maggio 2012.
Ma in questo contesto carico di sensazioni non soltanto sportive (il Kendo è infatti una disciplina dalle antichissime tradizioni, con tutto uno straordinario bagaglio di sentimenti e rituali), ecco che l'area di ingresso al palazzetto è stata adibita a zona espositiva, con tutta una serie di grandi stand occupati dalle più disparate aziende operanti nel settore del kendo e non solo.


Uno degli stand più importanti e frequentati è stato quello della Nippon Budo, azienda leader a livello internazionale per quanto concerne l'equipaggiamento tecnico e la gadgettistica relativa al kendo. La Nippon Budo, presente ad ogni grande competizione nel mondo, quest'anno ha associato - all'interno del proprio ambito espositivo - un nuovo "brand", MEC - MASARUEYECONCEPT, operante a tutto tondo  nel campo del Design e della Grafica, ma con un occhio particolare al mondo del kendo.




Il creatore di MEC - MasaruEyeConcept, GIORGIO MASARU DE LUCA, è anch'egli, infatti, un kendoka, cioè un praticante della Via ("Do") della Spada ("Ken"). Docente di lettere e filosofia e studioso di storia e religione orientali, da anni pratica la disciplina che in occasione del campionato è stata celebrata a livello mondiale. Ne è inoltre talmente "innamorato" da aver dedicato molto della sua ricerca e studio grafici proprio ad essa, dando vita ad alcune linee (abbigliamento, elementi d'arredamento ed istallazioni) dedicate proprio al Kendo.


Fiore all'occhiello delle grafiche MEC sono i Do aerografati con soggetti legati alla tradizione guerresca e culturale del Giappone, dalla quale il Kendo, o Via della Spada, proviene. L'intento è quello di legare, in modo attuale e con progetti grafici originali, la tradizione degli antichi Yoroi (le armature dei leggendari samurai) alla loro trasformazione nei Bougu (le armature dei kendoka), dei quali il Do è la protezione dell'addome. In questo modo, oltre a permettere una personalizzazione altrimenti inesistente nell'abbigliamento del kendoka, si ci richiama a quegli ideali non solo guerreschi, ma anche spirituali del Giappone e dei Samurai, giacchè i soggetti aerografati, secondo la visione nipponica, sono di solito simboli di valori che vanno molto oltre il "disegno" in sé. Ecco dunque - com'è possibile osservare nella foto tratta dalla lusinghiera recensione tratta dalla rivista nipponica "Kendo Ippon" - che il "Kuma" (= Orso), l'animale sacro giapponese, ricorda i valori essenziali del Sol Levante; altrettanto può dirsi per la Tigre, o per lo "Tsu-Nami" (Grande Onda), il cui significato sta nell'energia primordiale che la Natura nelle sue varie forme esprime e che è costantemente celebrata dalla tradizione spirituale giapponese.

MEC - MasaruEyeConcept ringrazia pubblicamente per la sua maestria ed assidua collaborazione il M° d'arte Mario Minnalà, stretto collaboratore di Giorgio Masaru De Luca. 

mercoledì 25 luglio 2012

Cari amici,
i testi inseriti in questo Blog sono ovviamente di proprietà del blog stesso, tutti a firma Masaru, tranne che non sia diversamente specificato in calce. Ciò non toglie che, in un certo senso, essi acquisiscano una ristretta forma di pubblica libertà per il fatto stesso che sono messi in comune.
Personalmente so cosa desidero offrire su questa pagina. Certo mi viene più difficile viaggiare nel cuore di chi vi si approccia, e comprendere cosa maggiormente il visitatore desidererebbe.
In questo senso invito tuti Voi a lasciare un segno del Vostro passaggio, e ancor più della Vostra presenza se, in qualche modo, intendete "restare".
Sono certo che non mancheranno occasioni di comune scambio.
Vi ringrazio sentitamente per quanto vorrete fare.

Masaru








domenica 22 luglio 2012

I "Do" di MEC - MasaruEyeConcept

Alcuni dei Do di MEC






Questo é il Blog di MEC - MasaruEyeConcept.
MEC è un'azienda di Design & Grafica impegnata nella ricerca, studio e realizzazione di oggetti grafici d'arte, rivolti alla personalizzazione di ogni ambito della vita dei suoi clienti.

MEC parte da un'attenzione particolare al mondo del KENDO, passione profonda e insuperabile. In questo senso realizza personalizzazioni delle armature (bogu) e di abbigliamento free style dedicato alla straordinaria arte marziale.

Ma gli orizzonti di MEC sono assai più ampi. Ogni contesto suscettibile di progettazione e personalizzazione grafia rientra nei nostri interessi. Per tale ragione non smettiamo un momento di lavorare - spontaneamente o su richiesta - per offrire prodotti sempre nuovi, originali e coinvolgenti.

Il Blog di MEC è innanzitutto un luogo di comunicazione che mira a passare dal virtuale al concreto. Tra queste pagine ognuno può trovare numerosi spunti di dialogo e - perché no? - anche la possibilità di richiedere e acquistare un progetto, una creazione, un oggetto altrimenti introvabile.

Cosa offriamo? Dalle aerografie sui bogu (le armature per il kendo) a t-shirt di alta qualità impreziosite da impareggiabili grafiche in tema; da realizzazioni già pronte per la stampa a esclusivi progetti su richiesta; da elementi d'arredamento di stile e grafica orientale a progetti di design all'avanguardia; da aerografie sui più disparati supporti a incredibili stampe su tela, tutte assolutamente originali e in tiratura limitata.

Ma su ogni altra cosa MEC offre spazio al dialogo, al confronto, alle parole e alle immagini, ferme e in movimento, per mettere in comune le emozioni che vivificano l'esistenza.

Questo spazio è VOSTRO. Approfittatene

venerdì 20 luglio 2012

Uomo e Samurai

La spiaggia scivola nell'acqua. Sul bagnasciuga brilla, fluido cristallo che boccheggia spumando l'aria trattenuta sul fondale.  Dal cielo calano i tentacoli solari, ma il loro rovente abbraccio e' mitigato da un piccolo vento che conosce il suo mestiere.  Son contento, e sereno, seduto sulla sabbia a ridosso dell'umido acquoso che la fa più fresca e compatta.  Già da un po' io non vedo nulla. L'intera mia struttura, quella della carne e l'altra, quella metafisica partorita da ignote ghiandole, e' cucita fitta a un mondo smateriato. Attraverso grate vibratili qualcosa accede a me: leggere brezze, profumi inconsci, la coscienza di una rara ubiquità, per cui sono Altrove ma riconosco il presente. Le mano destra poggia, aperta, sulla coscia. La sinistra, ugual postura, impugna la spada addormentata. Attorno vi e' uno spazio circolare entro il quale al mondo e' precluso l'ingresso, pena rilevanti rappresaglie. Eppure e' proprio codesto l'amore per il mondo: un equilibrio di reciproche attenzioni la cui alterazione segna il confine dei conflitti. E mentre pondero questi fatti, la dolce risacca spruzza nelle nari l'odore del suo perpetuo fluttuare. In esso vedo, nella mente, figure e forme, approcci di misteriose sostanze.  Sguardi dal profondo. L'orlo della giacca fluttua. Le percezioni sono accresciute e quel cotone leggero ticchetta sul cuore il casuale invito del vento: "Medita. Ascolta. Parla alla Pura Divinità di cui sei Re". Su un vicino monticello di sabbia s'affanna lo scarabeo. Lo sento, le zampe tra i granelli e la fretta relativa di essere sicuro e garantirsi un altro giorno. "Vai, Fratello, che la strada ti sia lieve e la tua casa s'avvicini presto". Dicono d'una spiaggia isolata e solitaria. Io sorrido. Sotto un braccio d'acqua puoi udire il granchio giustiziar la tellina, e la sabbia sghiaieggiare per la bassa corrente. Le acque s'alzano perché s'affaccia la Luna, e ciò produce una sinfonia d'acciottolato lieve che insieme al canto dei marosi commuove le ciglia, e le bagna. La Vita e' un segreto che si rinnova sotto la sua pelle. Una piccola tartaruga buca la sabbia per correre al mare. Il suo pericolo e' grande. Un gabbiano, attento quanto affamato l'adocchia e le si getta addosso. Ma non arriva. La mia spada e' già libera e luccica fra i due animali. Il gabbiano indietreggia e la tartaruga infila il suo mare. Per oggi ho deciso d'essere un po' Dio, e sfidar la Natura. E fra le mille lacrime del dovere mi son donato il sorriso d'un istante: quello del Pensiero d'una Vita salva. Ringrazio infinitamente ciò che mi fece Uomo e Samurai.


giovedì 19 luglio 2012

L'uomo delle parole consumate



Vedevo a malapena le pur grandi pile di carta manoscritta, stampata, battuta a macchina, vergata a mò di chiosa o di postilla, o di quella che recava brevi appunti, icastici pensieri di un istante, silenzi in forme geometriche, ornata di arabeschi, di pavesi automatici tracciati sovrappensiero e che riportavano chissà quali significati inconsci, obliati da tempo. Le vedevo cioè, queste pile, senza guardarle davvero, tante, troppe quant'erano. Costituivano tutto un orizzonte, alto come un muro quando il muro è piuttosto una muraglia. Anzi, per dire meglio, stavano schierati, ed erano multipli orizzonti: a decine e decine, allineati e coperti, schiere di memorie pronte, al primo ordine, a gettare scompiglio nella dormiente quiete del mio intelletto. Non mi chiesi chi fosse l'autore, poiché ero certo che fosse, per intero, opera mia: l'esercito delle mie infinite sillabe su un impeccabile "attenti". Chissà, quell'ordine, il segnale per scatenarsi, forse lo attendevano proprio da me. Sarei stato allora Generale del mio Verbo, Stratega delle Legioni d'Inchiostro. Ma. L'avversativa dichiarava ciò ch'io ero dinanzi al Me fatto carta scritta: un uomo assolutamente inerme. E il traslucore, attraverso cui questi monumentali graffiti di carta mi apparivano allo sguardo, testimoniava dei dubbi della mia logica, insidiata dall'illogica pseudo onirica di tanto panorama. Cosa accadeva? Che dinanzi alla moltitudine di torri, cucite l'una all'altra nelle schiere, iniziavo a perdere: il senso del tempo, le bobine del ricordo, gli amori e le repulsioni, le ragnatele di sofferenza con intrappolati rari bozzoli di gioia. E il re d'ogni mia cosa si faceva sempre più nudo, privo di corona e lustrini, senza arma. E neanche più brache, se è per questo. Insomma: quella spada ch'era stata la penna - una spada per difendersi, tenere a bada, colpir di piatto e di punta, a volte, gli scompensi dell'anima - aveva via via perso il filo, s'era spuntata ed ora stava lì, ai miei piedi, smontata in ogni sua parte, svigorita e inutile. La parola, d'improvviso, era divenuta una lampada senza più olio. La vita, di contro, restava una notte pesta di buio, e lunghissima. Vedevo senza troppo guardarla quella biblioteca quasi trasparente, dai corridoi sterminati, ripensando al Borges e al fatto che la sua Babele, per me, non fosse più che un mezzo bicchier d'acqua, ricco d'anidride carbonica, per ruttar fuori gli ingorghi dell'anima. Adesso che il gas aveva seguito per natura le vie dell'aria, mi tenevo mio malgrado gli ingorghi, dando un occhio ora ai totem di carta, ora alla spada/penna, che ricambiava con un mezzo sguardo, desolata, come un'anziana servitrice la cui incombente artrite impedisca l'esercizio di mansioni del resto obsolete. Mi restava da dedurre cosa ne avrei fatto: dei grattacieli di carta inchiostrata, delle penne e delle spade, e di me senza più me, cioè senza più chiavi per aprire stanze ampie e arredate col giusto per sbrigliarvi dentro, e tenervi occupati, quei folletti barbari dello spirito che son soliti, altrimenti, disfare a morsi ogni suppellettile del mio cuore. Non avevo risposte, ancora, mancandomi la giusta domanda. Ma contavo - quanto prima - di prender provvedimenti riguardo a una così inefficiente parte di me. Come d'un albero le radici son pari alle fronde, e lo tengono stretto e immune alle tribolazioni del mondo, per sottrarmi alle tribolazioni medesime e gettare àncora su qualcosa di solido, rimuginava assidua la mente mia. Sì che, di dentro, un reticolo di pensierose radici s'ingrandiva, e s'ingrandiva ancora, ad eguagliar l'immensa chioma sovrana che frusciava, insistente e inquieta, gli acidi sussurri del mio dubbio: l'ormai ovvia insignificanza di quei cieli di sovrastanti carte verticali. Trovavo tuttavia più ragioni per perpetuarmi nel limbo cognitivo piuttosto che disfarmene. Istupidito, m'attaccavo a ciò che non riconoscevo più familiare. Poi, d'un tratto, arzigogolavo sui modi per liberarmene, ma con giudizio, poiché - suggerivo a me stesso - s'aveva da salvare il salvabile, e ciò è opera che, per antonomasia, postula oculatezza. Supposi allora di dover rivisitare quelle carte, foglio appresso a foglio, d'aver l'imperativo compito di scrutare nel cuore delle imponenti colonne stratificate per discernere, dopotutto, il vano dall'inutile: follia, davvero - ma lucida - d'un intelletto ottenebrato. È che, disperati, si spera: nell'aurea pagliuzza tra i flutti del torrente, o nel rinvenimento dell'antica rosa, essiccata tra fogli giovanili. E' che, banali, ci si crede importanti, quando non indispensabili, e con noi stessi ci si fraintende, giudicando come imprescindibile ciò che si è fatto, detto, scritto soprattutto, sulle pagine innumerevoli di chi, per indole, sia portato a consumar foreste di carta, barili di china e consoni piumaggi per far penna, onde vergare, compulsivamente, più di quanto di fatto serva. E così andavo, cogitando sulla sostanziale miseria dei miei attaccamenti a simulacri d'esistenza. Pensavo, ripensando, mentre oltre le altissime celle - cementate dagli amidi della carta emessi ad ogni intemperie del cuore - si succedevano incendi di tramonti ed albe, in uno scorrere irrequieto e rapido così da cancellare il lasso delle ore che la natura interpone fra il Sorgere ed il Calare. E fu proprio nel cangiar sovrumano dei rossi, degli aranci, dei gialli e dei viola fusi e rifusi sullo schermo dei cieli e, di riflesso, nel pozzo delle mie pupille, che Rivelazione mi colse. Fu splendore puro l'attimo in cui della mia personale Luce ebbi, dunque, contezza. Le cose avrebbero subito una svolta, repentina e definitiva. Come avevo fatto a non pensarci, sino a quel momento? L'iniziativa ebbe subito corso. Frugai tra numerosissimi cassetti. Dovetti dirimere cianfrusaglie che, se accatastate, avrebbero innalzato una dignitosa collina. Ma ero certo si trattasse di tempo e pazienza: nei rifugi dei miei decenni v'era di tutto, e solo la rinfusa ne ritardava il ritrovamento. Ma infine avvenne, in due tempi: nel quarantasettesimo cassetto della dodicesima fila dal basso, diciannovesimo settore, rinvenni un'ampolla d'alcol etilico, frutto d'un ardito esperimento di distillazione legato alla giovinezza liceale. Perfettamente chiuso e sigillato, il nitore del liquido suggeriva il perpetuarsi della sua efficiente purezza. In tutt'altra zona (settore ottantasette, fila terza dal basso, cassetto centododici), due pietre lattiginose riposavano dai tempi di antiche scorribande estive sugli acciottolati marini, dai quali sempre le tasche sceglievano tesori di cui appesantirsi, ciclici trofei d'impermanenza stagionale. Fu in compagnia di tali, semplici strumenti che mi feci sotto agli enormi monoliti di carta. Da un certo punto un poi la loro mole negò passaggio alle stelle - e lo dico perché, intanto, l'ennesimo tramonto si era riversato nel buio lago del vespro, dolce quanto può esser quello di chi è in procinto di un'epica rivoluzione - dando all'oscurità lo spessore del panno e la levigatezza del velluto. Abituatesi, le iridi avrebbero giurato che attutiti riflessi di platino anticipassero, animandola, la Notte del Delirio. Annusai le pareti di carta. V'era secchezza in quell'esistenza narrata, ed anche le ridondanze s'erano come asciugate. La maturità del dire può causar di tali fenomeni. Sorrisi, poiché mi parve un buon segno: il tempo, e fors'anche il destino, avevano predisposto ogni cosa perché gli orologi fossero sincronizzati, allineati i pianeti e schiarite le idee. La cera lasciò il sughero e questi divorziò dall'ampolla. Alcolico, un effluvio dipanò l'aroma di zuccheri spremuti da fragili canne, poi tormentati dall'alchimia d'un saggio calore ospite di alambicchi dimentichi. Il ricordo di Pitagora suggerì adeguate istruzioni: l'incombere d'un mistico evento richiamò alla mente il Dieci, suo numero divino. E dieci furono le gocce d'elisir che la prima carta bevve, avida per la sete di molti lustri, intridendo per la capillarità delle fibre arse un gran mucchio. Richiusa, l'ampolla riposò di nuovo nella tasca fonda. Tra le dita, nel mentre, rigiravan le focaie. Son queste pietruzze, o anche più misurati sassi, dal magico spirito. La durezza loro sprigiona un potere di Luce, a patto ch'esse s'abbraccino rudemente. In omaggio all'intendenza loro, presi a sfregarle, l'una con l'altra. E lo feci giusto nei pressi dell'avide labbra della prima torre d'antica carta. Beh, fu non più che un istante, ma di quelli che nell'anima si dilatano, in virtù della loro magnificenza, per interi secoli. Ebbi dinanzi, in successione rapida, un simultaneo coacervo di fenomeni: pire canescenti, esplosioni solari, albe e tramonti artificiali più rossi, arancio e viola di quelli reali, accesi da madre natura. Rapide si disegnarono sculture di brace, avvolte da fiamme d'intensità e aromi variabili. La notte divampò limpida in un giorno senza ore che unì, nella luce della distruzione, sia Oriente che Occidente. Ma ciò che quasi mi rubò il senno fu altro: un mormorio dapprima sfrigolante per le fiamme, e poi via via, e più alto, un coro dissonante, anzi decine di cori, e migliaia di singole voci senz'ordine, ognuna con un motto, un lamento, una parola singola o un segno d'interpunzione. E furono lingue disparate, colte a stento nel marasma dei crolli, della fuga dei fuochi imperversanti di torre in torre, in tutto autonomi e senza che l'ampolla uscisse più dalla mia tasca, e neanche le pietruzze innescanti. Bruciando, le fiamme tacevano liberando le sillabe intrappolate in quei grandi cenotafi del cuore. Il cielo era pieno del fumo di me, e in alto si sollevava la litania di ciò che ero stato nelle mie parole. Adesso, nelle fiamme infere Dio era sceso a recitarle, come una prece pacificante ritrovata, per opera del caso, nel buio delle mie desolate stanze. E ci fu un momento in cui l'intero orizzonte bruciò di Me. Naturalmente ogni cosa finì, nel tempo che gli era dovuto e che, comunque, si sarebbe preso. Mi ritrovai con dune di cenere, e il tempo che stava cambiando. Dapprima furono venti crescenti e umidore. Dunque venne la pioggia. Le acque sciacquarono via il passato che avevo consegnato alla carta. Scripta manent, già, ma non per sempre. E dilavando la crematura degli scomparsi monoliti, la pioggia generò a pochi metri un riflesso, che si ripetè con maggior vigore duplicando un ramo di luce temporalesco. Primordiale, il cervello mi spinse colà ove rinvenni uno specchio, liberato da chissà quale cassetto, fila e settore che le fiamme del paradisiaco inferno avevano giustiziato. Perciò mi trovai con l'altro me a sostarmi dinanzi, schiarito dall'ennesima luce dell'ennesimo giorno in arrivo. Via il passato, via la cenere e via anche la pioggia, l'aria tersa scivolava sulla volta cerulea. Al primo lume, il miraggio gemello mi sollevò il sopracciglio, celando l'incredulità sotto una smorfia sorniona. "Te ne pentirai?", mi chiese. Guardai intorno, osservando i confini ormai limpidi dell'anima. "No", risposi. "No. Perché la mia parola più vera non l'ho ancora scritta". Intinsi dunque l'indice nell'umida terra, ancora insanguinata dalla linfa del fuoco, e sul vetro d'argento e piombo scrissi veloce: "Non Io" Il Nuovo Inizio fu la delizia con cui mi baciò il sorriso del mio specchio.